Paris Good Fashion è oggi una delle piattaforme più influenti nel percorso di trasformazione sostenibile del sistema moda. Fondata nel 2019 con l’obiettivo di accelerare il passaggio da una visione teorica a un’azione concreta lungo tutta la filiera, l’iniziativa riunisce grandi gruppi, brand indipendenti, istituzioni, scuole e ONG in un lavoro collettivo orientato all’impatto reale.

Alla guida di questo movimento c’è Isabelle Lefort, CEO di Paris Good Fashion, che negli ultimi anni ha contribuito a costruire un vero laboratorio operativo per accompagnare il settore verso modelli più responsabili, misurabili e condivisi.

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In questa intervista Isabelle Lefort racconta la genesi del progetto, le leve strategiche della transizione sostenibile e il ruolo cruciale dell’intelligenza collettiva nel ripensare il futuro della moda.

Qual è stata la motivazione che l’ha spinta a creare Paris Good Fashion nel 2019? L’impulso iniziale non è venuto direttamente da noi, ma dalla Città di Parigi, che voleva fare della capitale un punto di riferimento per una moda più responsabile entro il 2024, in vista dei Giochi Olimpici. Insieme a Laure du Pavillon eravamo già molto sensibili all’urgenza ambientale e sociale e allo stesso tempo frustrate dalla lentezza del cambiamento. Abbiamo accettato la sfida a una condizione precisa: coinvolgere l’intero ecosistema – grandi gruppi, giovani designer, scuole, esperti e ONG – e creare un vero laboratorio di azioni concrete, non una semplice vetrina di comunicazione. Abbiamo inoltre voluto garantire indipendenza politica scegliendo la forma associativa di diritto francese (legge 1901) e testando il progetto con una decina di membri fondatori. La forte risonanza mediatica fin dal lancio ci ha confermato che il settore aveva bisogno di uno spazio collettivo per passare dalla teoria alla pratica.

Quando avete capito che l’iniziativa stava diventando un vero catalizzatore di trasformazione per il settore? Il primo segnale è arrivato già nel primo anno, quando quasi quaranta aziende si sono sedute allo stesso tavolo per co-scrivere la roadmap e definire le quote di adesione. In pochi anni siamo arrivati a oltre cento membri, rappresentando tra il 60 e il 70% del mercato francese della moda per fatturato. A quel punto era chiaro che non si trattava più di una nicchia ma di una volontà di impatto sistemico. Vedere grandi gruppi del lusso, del mass market e del premium collaborare con label indipendenti e istituzioni, nel rispetto delle norme antitrust, è stato decisivo. Quando concorrenti storici lavorano insieme su tracciabilità, decarbonizzazione e circolarità, significa che il cambiamento è reale.

Paris Good Fashion si definisce un “action tank”. Cosa significa concretamente? Essere un action tank significa partire da problemi molto concreti – emissioni, sovrapproduzione, fine vita dei prodotti, condizioni di lavoro – e costruire strumenti operativi immediatamente applicabili dalle aziende. I nostri gruppi di lavoro riuniscono professionisti di CSR, acquisti, produzione, retail e design per sviluppare linee guida, metodologie, progetti pilota e test su larga scala. Ogni progetto deve produrre risultati tangibili: traiettorie di riduzione della CO₂, toolbox per il second hand, protocolli di raccolta o riparazione, quadri di valutazione. La riflessione strategica resta, ma sempre collegata a un piano d’azione con calendario e indicatori.

Atelier dell’ANDAM al midsummer camp di GF, con Nathalie Dufour, Stephane Ashpool, BurcAkyol, Sarah Levy e Jeanne Friot.

Quali azioni hanno avuto l’impatto più significativo sull’industria della moda? Sicuramente il lavoro sulla decarbonizzazione, con la traiettoria climatica settoriale al 2030 per lusso, mass market e premium, oggi punto di riferimento in Francia. Abbiamo poi sviluppato progetti molto operativi, come le campagne di raccolta di grucce e polybag nei negozi, che hanno dimostrato la fattibilità di modelli circolari su larga scala. Anche la prima consultazione cittadina ha avuto un forte impatto: oltre 100.000 partecipanti nel 2020 e dodici impegni concreti assunti dalle insegne. Infine, il nostro lavoro di monitoraggio con Climate Chance ha fornito una bussola utile a molti decisori.

Perché era importante sviluppare uno strumento comune come ACT Evaluation Mode? Senza un linguaggio comune, ogni azienda misura il proprio impatto in modo diverso e i confronti diventano impossibili, indebolendo la credibilità delle traiettorie climatiche. Con ACT Évaluation Mode, sviluppato con ADEME e con il supporto del DEFI, abbiamo creato un quadro condiviso per valutare la qualità dei piani di transizione: solidità dei dati, coerenza degli scenari, governance e allineamento con l’Accordo di Parigi. Questo limita il climate washing, aiuta investitori e stakeholder a comprendere meglio gli impegni e stimola una sana emulazione tra aziende.

In che modo la traiettoria climatica settoriale aiuta le imprese a trasformare i modelli di business? Fornisce prima di tutto ordini di grandezza chiari: ad esempio riduzioni del 41% per il lusso, del 34% per il mass market e del 45% per il premium tra il 2022 e il 2030. Di fronte a questi numeri, le aziende capiscono che non basta ottimizzare ai margini: devono ripensare volumi, approvvigionamenti, modelli di business, logistica e retail. La traiettoria evidenzia quattro leve principali – produzione, offerta, durabilità e azioni trasversali – e permette di definire priorità di investimento in un quadro collettivo che riduce il rischio dei first movers isolati.

Perché è fondamentale coinvolgere i giovani professionisti attraverso il comitato Forever Young? Le nuove generazioni hanno un rapporto con moda, consumo e lavoro profondamente diverso: mettono in discussione la sovrapproduzione, chiedono trasparenza e vogliono coerenza tra valori e professione. Coinvolgerle nella governance non è simbolico, ma strategico: aiutano a individuare punti ciechi, propongono formati più inclusivi e sono vicine ai nuovi modelli come second hand, noleggio e upcycling. Inoltre preparano il ricambio generazionale necessario perché la trasformazione duri nel tempo.

Che ruolo ha l’intelligenza collettiva nella transizione della moda? È la chiave. Permette di condividere risorse e competenze che nessun attore possiede da solo: dati climatici, know-how sui materiali, innovazione sociale, design. Nei nostri gruppi un grande gruppo può portare metodi di misurazione, mentre un designer indipendente introduce approcci più radicali alla sobrietà creativa. Le istituzioni e le ONG garantiscono terzietà e allineamento con l’interesse generale. Questo incrocio di competenze fa risparmiare tempo al settore e accelera la diffusione delle soluzioni efficaci.

Cosa avete imparato dialogando direttamente con i cittadini? La consultazione del 2020 ha mostrato un livello di maturità molto alto: oltre 107.000 partecipanti e quasi mezzo milione di voti. I cittadini chiedono tre cose principali: informazioni affidabili, opzioni responsabili accessibili e prove concrete degli impegni. Si concentrano su temi molto pratici – second hand, riciclo, rilocalizzazione, condizioni di lavoro – e si aspettano prese di posizione chiare dai brand. Il messaggio è forte: la trasformazione deve avvenire con i consumatori, non su di loro.

Qual è oggi la principale barriera culturale verso una moda più responsabile? L’immaginario. Per decenni abbiamo associato la desiderabilità alla novità continua, ai grandi volumi e ai prezzi molto bassi. Molti consumatori pensano ancora che vestirsi in modo responsabile significhi rinunciare allo stile o spendere molto di più. Finché pubblicità, sfilate e social continueranno a glorificare l’overconsumo, il cambiamento resterà difficile. La sfida è reinventare un racconto in cui durabilità, cura e responsabilità diventino nuovi codici di desiderabilità.

Come preservare desiderio e creatività accelerando la transizione sostenibile? Non si tratta di fare meno moda, ma di farla in modo diverso: più qualità, più singolarità, più legame affettivo con i capi. La creatività può esprimersi nella riparabilità, nell’upcycling, nei materiali rigenerativi e nelle scenografie circolari. Sempre più designer integrano origine dei materiali, savoir-faire e durata nel racconto. L’emozione nasce dalla coerenza: indossare un capo bello e allineato ai propri valori genera un orgoglio profondamente desiderabile.

Perché avete scelto le città come motore del cambiamento? Le città sono luoghi di creazione, consumo e sperimentazione delle politiche pubbliche: concentrano quindi impatti e soluzioni. Parigi ha assunto presto un ruolo forte sulla moda responsabile e Milano, con Camera Moda, mostra un impegno molto allineato. I comuni dispongono di leve concrete – urbanistica commerciale, sostegno ai laboratori, gestione dei rifiuti tessili – che possono accelerare la transizione. Collegare più capitali consente di condividere politiche efficaci ed evitare duplicazioni.

Come immaginate l’industria della moda al 2030 se la transizione avrà successo? Sarà un settore più qualitativo: meno capi, ma meglio progettati, più durevoli e tracciabili. I modelli economici integreranno pienamente la circolarità – second hand, noleggio, riparazione – e la vendita non sarà più l’unico centro di gravità. Il successo di un brand includerà indicatori extra-finanziari: l’impatto diventerà un vero criterio di performance.

Quale messaggio vuole lasciare ai giovani designer e agli studenti della moda? La vostra generazione non deve scegliere tra impegno e creatività: la sostenibilità può diventare il cuore del linguaggio estetico. Circondatevi di alleati e lavorate in modo collettivo, perché nessuno trasforma un sistema da solo. Formatevi sulle sfide ambientali e sociali quanto sulle tecniche di creazione. La moda è sempre stata specchio del suo tempo: oggi significa raccontare un modo di abitare il mondo più giusto, più sobrio, ma altrettanto intensamente sensibile.ù

Per partecipare e proporre le proprie idee per una moda più responsabile e sostenibile, si potrà ora, dall’Italia, visitare il sito modasostenibile.make.org