Entrare nel mondo di Ornare significa immergersi in una cultura del progetto che unisce artigianalità brasiliana, ricerca estetica e un approccio sartoriale all’arredamento di alta gamma.

Nel cuore di Milano, nel flagship di Via Manzoni, Stefan Schattan, CEO international di Ornare, racconta un percorso familiare iniziato con un piccolo negozio di cornici e oggi diventato un riferimento internazionale per cucine e sistemi d’arredo custom.

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In questa intervista esplora valori, evoluzione, aneddoti e visione di un brand globale che ha fatto del design su misura la propria firma distintiva.

Intervista a Stefan Schattan, CEO international di Ornare

Qual è il legame storico della tua famiglia con Milano e come siete arrivati a considerarla una città chiave per Ornare? La nostra storia con Milano parte da lontano: il padre di mio nonno era veneto, quindi il collegamento con l’Italia esiste da generazioni. I miei genitori venivano spesso a Milano già prima di fondare Ornare, per acquistare materiali. Quando l’azienda è nata importavamo hardware, cerniere e fogli di legno dall’Italia, quindi il legame iniziale era soprattutto commerciale. Poi Apex, un’agenzia brasiliana, ha iniziato a coinvolgerci nel Salone del Mobile: la prima volta i miei genitori hanno pianto dall’emozione, perché per loro il Salone era un universo quasi mitico. Per anni abbiamo esposto nei padiglioni più esterni, mai nei centrali riservati ai brand più noti, ma per noi era comunque una conquista. Abbiamo partecipato quattro o cinque volte, con una pausa solo nell’anno del Covid.

Com’è nata l’idea di aprire uno showroom a Milano? Nel 2023 ero molto stanco del Salone: ore per arrivare, folla, poca comodità. Passando in via Manzoni ho visto un locale in affitto e mi sono detto: “Con quello che spendiamo per una settimana di Salone, perché non apriamo uno showroom qui?”. Così è nato tutto. Milano sarebbe diventata il punto di equilibrio tra Brasile, Stati Uniti e Dubai, completando la nostra presenza globale. All’inizio i proprietari dei locali erano restii ad affittare a un’azienda brasiliana, ma un giorno mia madre ha ricevuto un messaggio su LinkedIn da un agente immobiliare: il posto perfetto si era appena liberato. Il proprietario, ci ha accolti con grande apertura e da lì è iniziato tutto.

Come si è sviluppato il progetto dello showroom e qual è stato il tuo ruolo nella sua apertura? Quando abbiamo trovato il locale io vivevo ancora a New York, dove avevo seguito l’espansione negli Stati Uniti. Ho deciso di venire a Milano per gestire in prima persona la nuova apertura. Ho assunto il personale, organizzato la formazione con il nostro team in Brasile e seguito ogni dettaglio. Per noi lo showroom è un centro operativo, non una vetrina: qui si progettano case, si fanno incontri, si prendono decisioni reali.

La formazione del personale è molto rigorosa. Perché? Perché non vendiamo semplici mobili: vendiamo un sistema completo. Chi lavora con noi deve conoscere le collezioni, le finiture, le logiche progettuali e il nostro metodo su misura. Utilizziamo due programmi: Metron, un software italiano che gestisce progettazione e produzione, e Focco Lojas, brasiliano, per la parte commerciale e amministrativa. La formazione dura circa un mese proprio per permettere a tutti di essere operativi al 100%.

La vostra storia familiare parte dal negozio di cornici di tuo nonno. Quali sono i ricordi più significativi che hai? Mio nonno Nathan faceva cornici d’arte e lavorava con le foglie d’oro. È stato lui a suggerire a mio padre di rilevare un negozio di mobili di fronte al suo. Da lì abbiamo iniziato: prima rivendita, poi cucine, poi il salto verso l’alta gamma con Ornare. Da bambino passavo i weekend in produzione: mi divertivo con le macchine che soffiavano l’aria e durante le vacanze estive lavoravo sempre lì. È stata una scuola di vita.

Hai sempre voluto lavorare nell’azienda di famiglia? Assolutamente no. In università avevo detto ai miei genitori che volevo fare altro. Ho fatto stage in banca e poi un anno nelle costruzioni. Poi mio padre mi ha chiesto di seguirlo in un progetto di office furniture: sembrava una startup esterna all’azienda, mi piaceva l’idea. Il progetto è stato cancellato a causa della crisi del 2014, ma ero già dentro. Ho iniziato in produzione, manutenzione, acquisti. Col tempo mi sono appassionato e l’azienda è diventata parte di me.

intervista stefan schattan ceo international ornare brand design mobili su misura di lusso eccellenza artigianalità showroom via manzoni milano (1)

Quali valori ti hanno trasmesso tuo nonno e tuo padre? Lealtà, giustizia, rispetto. Trattiamo tutti i collaboratori come una famiglia. Con i clienti vogliamo essere un’azienda seria, trasparente e orientata all’eccellenza. Il nostro principio è semplice: se devi fare un lavoro, fallo al meglio possibile.

Com’è lavorare con una clientela di alta gamma in tutto il mondo? I nostri clienti sono globali: brasiliani, americani, cinesi, italiani. Non cambia molto: tutti cercano servizio, precisione e presenza. La disponibilità è fondamentale: rispondo anche il sabato, perché molti clienti sono negli Stati Uniti e lavoriamo sui fusi orari differenti. La nostra forza è seguire il progetto dall’inizio alla fine, senza abbandonare mai il cliente.

Che tipo di relazione costruite con il cliente dal primo incontro fino alla consegna? Il cliente ci spiega ciò che desidera anche senza termini tecnici: noi interpretiamo, progettiamo e presentiamo il rendering. Una volta approvato, iniziano produzione, logistica e installazione, tutte gestite da noi. Un progetto completo richiede circa 18 settimane. Il nostro showroom non è solo un luogo estetico: qui si fanno scelte, dettagli, cucine, librerie, cabine armadio. Tutto è personalizzato. Ogni progetto è unico.

Capita anche che progetti lunghi non vadano in porto? Sì, fa parte del lavoro. Una volta abbiamo lavorato un anno per un cliente: 10.000 modifiche, sopralluoghi, viaggi in Brasile per visitare la fabbrica. Alla fine, è sparito. Noi non facciamo pagare il progetto prima della conferma, quindi capita che si lavori per nulla. Ma è naturale: il nostro settore funziona così.

Quali sono le tendenze nel mondo dell’arredo di alta gamma che state osservando? Il cliente spesso non sa cosa vuole finché non glielo mostri. Noi creiamo collezioni partendo da mercati diversi: alcune ispirazioni arrivano dagli Stati Uniti, altre dall’Europa. La nostra responsabilità è educare il cliente, spiegare materiali e logiche progettuali. Il futuro del design è un mix tra richiesta del mercato e innovazione originale.

Accogliete anche progetti più piccoli, non solo case grandi? Assolutamente sì. Abbiamo venduto cassettiere da 8.000 euro, bagni da 5.000 euro, piccole cucine da 15.000 euro. Tutti i clienti ricevono lo stesso servizio. Spesso un piccolo progetto porta a uno più grande: è successo molte volte.

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La produzione avviene interamente in Brasile. Perché? Perché abbiamo un sistema verticale: produciamo tutto internamente, dal taglio del legno alle ante in vetro, dai profili in alluminio fino ai dettagli finali. Questo ci permette personalizzazioni estreme e qualità costante. I costi di spedizione non sono elevati rispetto al valore del prodotto.

Qual è stata la strategia di comunicazione per farvi conoscere in Italia? Milano è un hub globale: serve ai nostri clienti di Dubai, San Paolo, New York. Qui organizziamo eventi durante la Design Week, cene con architetti, interior designer, giornalisti. Collaboriamo con riviste, ma il vero motore è il passaparola e la relazione personale.

Domanda leggera e un po’ provocatoria, ti chiedo scusa in anticipo: ti capita mai di andare all’IKEA? Sì, sono andato di recente! IKEA è impressionante: prodotti di qualità a prezzi contenuti e un servizio eccellente. È un modello industriale incredibile e per certi aspetti un’ispirazione. Non fa custom come noi, ma è un’azienda straordinaria.