La finale di X-Factor è uno degli appuntamenti più attesi dell’anno, un momento in cui musica, televisione e spettacolo si fondono in un’unica grande macchina creativa. Al centro di questo processo c’è Laccio, direttore artistico e coreografo tra i più influenti della scena italiana, capace di trasformare ogni performance in un racconto visivo.
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Con la sua firma riconoscibile, ha rivoluzionato il linguaggio della danza in TV, mantenendo però un approccio artigianale fatto di ricerca, ascolto e cura dei dettagli. Lo abbiamo incontrato dietro le quinte, a poche ore dallo show, per scoprire visioni, sfide, ispirazioni e segreti di un’edizione che promette di lasciare il segno.
Intervista a Laccio (nome d’arte di Emanuele Cristofoli), Direttore Artistico di X-Factor
Come ti sei avvicinato al mondo della danza e della direzione artistica? Non è stato un percorso programmato. Ho studiato tutt’altro e solo più avanti ho iniziato a danzare dopo aver visto uno spettacolo che mi ha folgorato. Da lì è stato un processo naturale: prima il ballo, poi le coreografie, poi gli spettacoli e infine il lavoro con gli artisti. È stata un’evoluzione inattesa, nata passo dopo passo.
Quindi una crescita spontanea, guidata dalla passione? Assolutamente sì. La passione è sempre stata il motore, ma da ragazzo non conoscevo nemmeno questa figura professionale. È stato un percorso che si è definito strada facendo.
Che atmosfera si respira dietro le quinte di questa edizione? C’è un’energia bellissima e una sana tensione positiva. I ragazzi sono entusiasti di esibirsi su un palco enorme, probabilmente il più grande mai montato in Piazza del Plebiscito. Ci si può aspettare uno show ricco, dinamico, in pieno stile X-Factor. Le aspettative sono alte e il nostro obiettivo è soddisfare un pubblico abituato ai grandi spettacoli.
Qual è stata la sfida creativa più stimolante per te quest’anno? Riempire uno spazio così vasto mantenendo la stessa ricchezza visiva dello studio televisivo. Con un palco enorme aumentano i ballerini, i costumi, il volume delle scenografie. La vera sfida è conservare quel senso di abbondanza e impatto che caratterizza le performance televisive, coordinando allo stesso tempo gruppi di lavoro molto più grandi.

Il risultato che vediamo noi del pubblico è sempre perfetto, ma cosa c’è dietro quella perfezione? Un team straordinario. Lavoriamo sempre partendo da idee realizzabili, senza chiedere l’impossibile. Anticipiamo le criticità e affrontiamo gli imprevisti con serenità. Nessuno si affeziona troppo a un elemento scenico: se qualcosa non è sicuro o non funziona, lo cambiamo. Ad esempio, per questa serata avevamo una grande sfera scenica, ma il vento la rendeva instabile e abbiamo preferito rinunciare per garantire sicurezza e qualità dello show.
C’è stata una performance dei concorrenti che ti ha emozionato più delle altre? Il livello è altissimo e questo ci permette di creare cose davvero interessanti. La musica è la protagonista: noi siamo la cornice. La performance che mi ha colpito di più è stata quella di eroCaddeo con “La cura”. È un brano che emoziona chiunque e la sua interpretazione, unita alla messa in scena, ha creato un momento davvero potente.
Quando costruisci una performance, da cosa parti? Sempre dalla musica. È il nostro punto di partenza e per questo lavoriamo di settimana in settimana, spesso in soli dieci giorni. Partiamo dal brano e dal mondo dell’artista, e costruiamo attorno a lui scenografie e atmosfere che restino coerenti durante tutta l’edizione, anche se cambia canzone. La musica guida tutto.
Ti rendi conto che il tuo linguaggio visivo ha influenzato il modo di percepire la danza in TV? Come vivi questa responsabilità? Non so se me ne rendo davvero conto, ma se lo dici tu mi fa piacere. La responsabilità c’è: il pubblico si aspetta sempre qualcosa di nuovo e sorprendente. Non mi adagio mai, affronto ogni progetto come se fosse il primo, con la voglia di dare il massimo e mantenere alta la qualità, dai costumi alle coreografie.

Che consiglio daresti ai giovani che sognano di lavorare in questo mondo? Credere davvero nel proprio talento. Se è successo a me, che vengo da un piccolo paese e da una famiglia lontana da questo ambiente, può succedere a chiunque. Serve personalità, contenuto e la capacità di catturare l’attenzione degli altri per crescere e ottenere fiducia nei progetti.
Puoi darci qualche piccolo spoiler sulla finale? Sarà uno show imponente. Anche gli ospiti daranno vita a performance speciali insieme ai ragazzi. Con Laura Pausini, ad esempio, abbiamo portato in scena un numero con tanti ballerini: è una performance ricca sia a livello vocale che visivo. E ci saranno anche altri momenti importanti, compreso il debutto del suo nuovo singolo.
Come sta cambiando il rapporto con le nuove tecnologie nel tuo lavoro? Per noi la tecnologia è sempre stata un supporto, ma oggi parliamo soprattutto di strumenti concreti: luci particolari, laser, macchinari scenici. L’AI non la utilizziamo ancora per vincoli aziendali e normativi, perché è una realtà troppo nuova per capirne ancora bene i confini. Ci aiuta più che altro nella parte documentale, ma non è ancora parte del processo creativo.
Quanto influisce la moda nel tuo lavoro? Tantissimo. Le mie reference arrivano spesso dal mondo fashion. Lavoriamo con brand e creativi, come abbiamo fatto di recente con Ferrari. Le ispirazioni per i costumi arrivano da collezioni del passato, da grandi maison ma anche da designer sconosciuti. Traiamo ispirazione continua dal mondo giapponese e coreano, dove la moda rappresenta una fonte inesauribile di idee.
Dopo la finale, quali saranno i tuoi prossimi progetti? Tornerò in TV con la finale di The Voice, che è stato il mio primo grande progetto prima di X-Factor. Oggi il format include Senior e Junior, quindi sarà un’esperienza completamente diversa dal passato. E poi ci sono altri progetti musicali in arrivo per il prossimo anno.
Da dove nasce il tuo nome d’arte “Laccio”? È nato per caso. In sala prove avevo sempre le scarpe slacciate e un’insegnante, rimproverandomi, mi chiamò così. All’epoca facevo parte di una crew, e nel mondo della street dance avere un nickname è normale. Da lì è rimasto e con il tempo è diventato il mio vero nome d’arte. Mi ha portato fortuna e funziona anche a livello di riconoscibilità.