“Ad Astra”: La Ricerca della Propria Identità nello Spazio Più Profondo

Uno dei film più attesi di Venezia76 è stato certamente “Ad Astra”, l’ultimo lavoro di fantascienza diretto da James Gray.

Ambientato in un futuro prossimo in cui l’uomo ha conquistato l’intero sistema solare, e dove i transfer sulla Luna e su Marte sono all’ordine del giorno, la nuova sfida è quella di trovare forme di vita aliene oltre Nettuno: Clifford McBride (Tommy Lee Jones), a capo del Progetto Lima, parte proprio per dare una risposta a questa domanda, ma dopo qualche anno si perdono i contatti con la spedizione, che viene dichiarata conclusa in modo tragico.

Clifford è il padre del protagonista Roy (Brad Pitt), diventato tenete astronauta a sua volta: imperturbabile, dal battito cardiaco sempre controllato e dalla valutazione psicologia impeccabile, Roy in realtà nasconde in sé un vuoto dovuto proprio alla perdita precoce del padre. Ma tutto cambia quando, dopo oltre venti anni di silenzio radio con il Progetto Lima, delle misteriose tempeste elettromagnetiche provenienti da Nettuno cominciano ad abbattersi minacciose sulla terra, e proprio l’astronauta Roy viene scelto per scoprirne la causa e se, contro ogni certezza, suo padre sia ancora vivo. Il suo viaggio, una vera e propria odissea spaziale ricca di sfide, di momenti difficili e di domande (rivolte sia a se stesso che al pubblico indirettamente), lo porterà a fare i conti una volta per tutti con il passato nella speranza di dare nuova luce alla sua vita, e al suo futuro.

Precedenti illustri del genere come “Gravity”, “Arrival”, “First Man” e “Interstellar” ci avevano raccontato di genitori che facevano di tutto per riconciliarsi con i propri cari, mentre “Ad Astra” ribalta il punto di vista dedicandosi a un figlio costretto ad affrontare le ombre di una figura paterna tanto lontana quanto presente. Con questo film infatti, si orbita attorno all’introspezione, al concetto di legame famigliare e alle persone che vorremmo essere, costruendo una ricerca che unisce e separa spazi, pianeti e persone. I tempi del racconto sono molto dilatati, il che rende le poche scene d’azione simili a delle improvvise accelerazioni utili a far riprende quota a un film che non lascia a bocca aperta, seppure indubbiamente ricco di suggestioni e riflessioni.

Brad Pitt, che presta a McBride il suo lato più vulnerabile, è il nucleo di un film in cui tutti gli altri personaggi sono spettri di passaggio. È una storia che cede a in più punti ma che sottolinea come ciò che conti non  sia l’arrivo, ma il viaggio; e Nettuno è solo una tappa di un percorso infinito, che, come dicevano i latini, ci porta a raggiungere il meglio solo dopo aver affrontato il peggio. In altre parole, per aspera ad astra.

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