Come prepararsi al Giro E, il primo Giro d’Italia sperimentale con eBike

Mancano 7 giorni esatti alla tappa del "Giro E" che mi è stata assegnata da Tag Heuer ed è giunta quindi l'ora di fare un bilancio sulla preparazione...

Prima cosa: il meteo. Incominciare a buttare l’occhio alle previsioni è un passo che a breve distanza dall’ora X si può senz’altro affrontare. Anche se confortati dal fatto che in questi ultimi tempi non ne hanno azzeccata una e quindi la confusione, almeno su questo punto, regna decisamente sovrana.

Sono a – 7 giorni esatti dalla mia tappa del Giro E, ovvero il Giro parallelo al Giro d’Italia vero e proprio che, lungo lo stesso percorso, è supportato dalle biciclette da corsa a pedalata assistita Pinarello Nytro.

Ospite di Tag Heuer, come l’anno scorso nella crono ultima tappa del Giro con gran finale in piazza Duomo, affronterò la tappa nr 17 in Franciacorta. Ebbene sì, per chi ha letto il mio precedente articolo dedicato al tema, c’è stato un cambiamento di rotta. Una ciclista seria, ambasciatrice svizzera del brand, ha reclamato la “mia” tappa ad Assisi e così ho ripiegato sulla tappa che da Riva del Garda mi porterà a Iseo in 155 km. Niente male, era la mia seconda opzione. La prima sarebbe stata un po’ più intensa, con il Muro di Filottrano sul finale e il ricordo di Scarponi, la seconda forse sarà più rilassante. Anche emotivamente. E poi vuoi mettere una settimana in più per prepararsi?

 

Già… la preparazione. Ma come ci si prepara ad una tappa del Giro? Dico… mica bubbole, mica bambole da pettinare, mica michette ancora da mangiare! Parliamo di una vera, autentica, completa (ovvero da fare tutta) tappa del Giro d’Italia.
Certo, avrò la stratosferica Pinarello Nytro a pedalata assistita, ma l’aiutino elettrico vale solo fino ai 25 Km/h. Se vai più veloce – ed è abbastanza normale immaginarlo al di là di filosofie varie tra Achille e tartaruga – ci sono da spingere 13 kg anziché i consueti 8/9 di una bici “al naturale”. Quindi grande incognita. Quindi preparazione necessaria. E considerando che le mie terga non hanno mai aderito ad una sella per più di 140 km c’è anche l’ulteriore incognita della mia capacità di poter sopportare tutto ciò.
Dato però che, come sempre, sono autodidatta in queste cose, nel senso che, come a molti, mi piace provare ad organizzarmi in modo empirico e spesso fortunosamente mi va bene, non mi sono certo rivolta ad un coach, ma ho preferito rifornirmi di buoni consigli volando di boccio in boccio, come un’ape curiosa di impollinarsi con il maggior numero di fiori possibili. Così ho scelto dal fior fiore dei miei contatti/amici/confidenti & suggeritori e ho iniziato a fare le mie considerazioni.

Tutta la bellezza del Giro E: con gli stessi km e percorsi del vero Giro d’Italia

Ecco quindi qui sotto le 4 mosse empiriche adottate per prepararmi alla 17a tappa del Giro E.

Fare il fondo.
No, non parlo del fondello e di ciò che vi aderirà a lungo bensì della… come definirlo? Resistenza? Fiato? Sì, direi tutte queste cose insieme a cui si deve aggiungere anche la capacità di impedire al cuore di schizzare impazzito oltre ad una certa soglia. Nel mio caso (e non scherzo, ma ho un cuore piccolo) non superare troppo i 180 bpm. La soluzione? Andare a trovare Francesco Centrone e fare una bella sessione di spinning nella sua palestra a Sesto S. Giovanni. Una serata di allenamento con lui, scalando lo Stelvio virtuale, è quanto di più appropriato per garantirsi un bel fondo. E poi, con tutto quello che si suda, si perde anche qualche ettogrammo, che in salita non guasta.

Con Francesco Centrone a fare spinning nella sua palestra GB Fitness

Farsi le gambe.
Al di là che dovranno essere lisce e levigate senza neppure un peletto di troppo (che poi farebbe anche attrito con l’aria), l’idea era soprattutto quella di testare le mie capacità di lunga resistenza nonché di scalata. Questo perché la Franciacorta è fatta di deliziose colline e la durata è appunto “da tappa”, quindi non il solito giretto di poco sotto i 100 km.
E allora, per far fronte a questo importante step preparatorio, non c’era che individuare il partner giusto. O meglio, i partner giusti. Sì perché mi sono lanciata in un’uscita con il temibile gruppo Makako Team. Quelli che, per intenderci, hanno fama di far sputare ernie da quanto tirano. Era da un po’ che seguivo la chat del sotto-gruppo Vaporetto, il cui nome tranquillizzante nonché le rassicurazioni di un componente che conosco, Stefano, (“non ti preoccupare, ci sono donne, andiamo piano…”) mi hanno infine convinta che un’uscita poteva essere fattibile. Così ho fatto con loro il Morterone e, partendo da Milano, ho segnato sulla carlinga dell’aereo-Bianchi ben 140 km. Abbattuti uno dopo l’altro con la stessa sicurezza del Barone Rosso. Certo che, guagliò, ammazza se i Makaki tirano… e Roberta e Silvia? Ancor di più!

140 km con i Makaki sul Morterone

Farsi il c..o.
Mi si perdoni il francesismo, necessariamente censurato (siamo su Fashion Times) ma questo è un termine davvero tecnico che si usa nel ciclismo proprio per spiegare ai neofiti che non c’è scampo: bisogna lavorare duramente (e non uso questo avverbio a caso) perché le nobili terga possano sostenere, a lungo termine, l’impatto non proprio comfort con la sella. E quindi per allenarmi a tutto ciò cosa ho fatto? Reminiscenze di antichi manga giapponesi sul calcio (“Arrivano i Superboys”, ricordate?) mi suggerivano tecniche vagamente shaolin che però all’atto pratico e, soprattutto, commisurate alla parte del corpo in oggetto, avrebbero potuto creare danni irreparabili. Nonché esiti esilaranti. Se infatti il protagonista del cartone prendeva a calcioni il tronco di un albero per irrobustirsi la caviglia da bomber io cosa avrei potuto inventarmi? Ok… qui ho lasciato perdere. O meglio, l’unica è farsi tanti bei km e, possibilmente, con il calzoncino giusto. Mettendo creme strategiche.

Farsi coraggio.
Ecco… per questo occorre “solo” un po’ di training autogeno, un pizzico di automotivazione. Del resto basta dare un’occhiata a Strava e compiacersi un po’ degli ultimi QOM (uno, fantastico, al Velodromo Parco Nord) nonché dare un’occhiata alla quantità dei km percorsi fin qui, da inizio 2018. Rispetto allo scorso anno un abisso. Se nel ’17 durante questo stesso mese mi sembrava già epocale fare il Naviglio Grande fino ad Abbiategrasso e ritorno, oggi che ho congiunto geograficamente il ramo di Lecco a quello di Como posso appunto parlare di coraggio e non di beata incoscienza. E su questo fronte ho poi due grandi sponsor che non posso non citare: Mario Bodei, presidente di dateciPista e Sebastian, frequentatore del Velodromo e sparring partner nelle più recenti e lunghe scorribande brianzole.

Con gli amici nel Velodromo Parco Nord

Concludo con un dubbio… letto ora il regolamento del Giro E pare che non si possa montare il proprio Garmin. E quindi? Come potrò scolpire a caratteri d’oro questa (speriamo) gloriosa performance su Strava?
Oddìo speriamo bene. Sarebbe un po’ come andare a sposarsi e scoprire che il fotografo ha dimenticato la scheda di memoria…
Il secondo ed ultimo dubbio riguarda infine il colore della tutina… Dubbio che nel frattempo è diventato una certezza, dopo il messaggino whatsapp di Andrea Guerra che, eroicamente e per conto di Gazzetta, sta facendo tutto il Giro E, tappa per tappa. Ebbene la maglia come temevo sarà bianca. E leggera. E probabilmente anche trasparente! Ok, ok, metto la maglia della salute…

Un drappello di corridori del Giro E, il primo Giro d’Italia sperimentale a pedalata assistita, sponsorizzato da Tag Heuer, Pinarello ed Enel

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