Luca Tommassini e Pangea: storia di un’amicizia

Cosa ci faceva uno dei più famosi coreografi e ballerini al mondo a Kabul? Scopriva per noi una città in fermento e una onlus che fa più di quello che dice.

Ha lavorato con Madonna, Michael Jackson, Diana Ross. Ha coreografato show e videoclip, ha ballato sui palcoscenici di tutto il mondo, letteralmente.

Oggi è uno dei pilastri di X-factor, uno che sa spiegare come stare su un palco, come reggere uno show davanti a milioni di occhi. C’è di che riempire più di un’autobiografia, anche senza aggiungere, per non correre il rischio di essere troppo di parte, che dimostra un’empatia sincera nei confronti degli absolute beginners di X-factor. Basterebbe quanto sopra a sentirsi appagati eppure Luca Tommassini un giorno ha incontrato Silvia Redigolo di Pangea, onlus italiana che si occupa di migliorare le condizioni di vita delle donne in contesti difficili, e braccio destro del fondatore Luca Lo Presti.

Il trascinatore ha scelto di lasciarsi trascinare in un’avventura nuova: andare a vedere direttamente sul campo come lavora Pangea a fianco delle donne di Kabul, in Afghanistan, uno dei Paesi, insieme a India e Italia, dove la onlus è attiva.

Ha accompagnato Luca (Lo Presti) e Silvia a visitare gli uffici locali, tenuti e gestiti da donne del posto, chiamate ad aiutare proprie connazionali in una catena virtuosa che parte dal microcredito e arriva alla possibilità di imparare un lavoro, ricevere un’istruzione, dare nuovo impulso alla vita propria, dei propri figli e della propria famiglia. Gli abbiamo chiesto cosa ha trovato e lui ci ha raccontato. Spoiler alert: la lettura delle risposte di Luca potrebbe dare il colpo di grazia definitivo a luoghi comuni e pre-giudizi su Kabul, l’Afghanistan e non solo…

Come hai incontrato Pangea e cosa ti ha convinto a supportare attivamente i suoi progetti? Ho incontrato Silvia Redigolo di Pangea per caso, in teatro una sera a Milano. Mi ha raccontato cosa fa Pangea, mi ha subito entusiasmato e in realtà mi sta conquistando ancora oggi mano a mano che scopro sempre di più. Col tempo ho scoperto oltre a quello che succede in Italia anche il progetto afghano e ne sono rimasto affascinato, l’entusiasmo è sempre di più. La verità è che non è stato difficile accettare di fare quello che posso fare e quello che sto facendo per Pangea.

Hai scelto di visitare Kabul insieme a Pangea. E’ la tua prima volta in Afghanistan? Che impressione hai avuto? Cosa ti ha sorpreso di più? Sì: è la prima volta in Afghanistan. Le impressioni sono tante, sono molto belle e molto sorprendenti. La cosa che mi ha sorpreso di più è che le persone che incontro sorridono più di me.

Il lavoro di Pangea in Afghanistan: cosa hai visto con i tuoi occhi? Quello che ho visto con i miei occhi è che non ho ancora visto tutto quello che Pangea ha fatto per aiutare le donne e le famiglie di Kabul, che è più di quanto immaginassi. Ho capito dal primo giorno che c’è molta pulizia nelle intezioni delle persone di Pangea, quello che continuo a scoprire è che fanno molto più di quello che dicono, questo mi ha davvero umanamente stravolto. Il cuore scoppia a vedere quelli che sono già i risultati di Pangea realizzati a Kabul in questi 15 anni: ha salvato, cambiato e migliorato la vita a 5000 donne dando loro la possibilità di imparare e avviare un lavoro, cioè significa 5000 famiglie perché ogni donna ha marito e molti figli. La cosa bella è che sono le donne aiutate da Pangea che poi portano avanti la famiglia e questo è veramente sorprendente. La cosa più bella, quella che secondo me fa più onore a Pangea, è che fornisce gli strumenti per poter lavorare e cioè per poter ritrovare la dignità e questa è la cosa più importante.

Hai lavorato con artisti di tutto il mondo, ballato e creato coreografie e bellezza per i più grandi talenti dello spettacolo. Che ruolo hanno, secondo te, la bellezza e l’arte nella crescita di una società civile? Che peso credi possano avere nel complesso quadro di Kabul? Io penso che ci sia una forza incredibile anche in una sola fotografia, in un solo sorriso di una donna beneficiaria dei progetti Pangea che ho conosciuto. Una sola foto rappresenta già tutta la bellezza della storia di Pangea e di quello che è stato fatto, l’arte in realtà diventa strumento per raccontare, comunicare, far fluire informazioni. La bellezza è fondamentale, ma la bellezza vera è quella di ogni essere umano che può guardarsi nello specchio, è restituire il diritto alla normalità: questo è fondamentale.

Pangea lavora con le donne e per le donne. Cosa ti resterà negli occhi e nel cuore delle donne di Kabul? Io in ogni donna che ho incontrato a Kabul ho visto gli occhi di mia madre per cui è stato spontaneo e naturale guardarle come guardo mia madre. Questo è stato il motore che genera, sta generando e genererà tutto quello che io riuscirò a fare per Pangea.

Insieme a Luca Lo Presti, fondatore Pangea, hai inaugurato una scuola per parrucchiere a Kabul che significa lavoro e bellezza in una città che per decenni è stata soprattutto un teatro di guerra. Che senso ha per te? Ha tantissimo senso, è la rivoluzione. Revolution is the only solution: bisogna provocare e aiutare chi ha voglia di vivere. A Kabul trovi segni di questo già camminando per le strade: da come le persone colorano la loro vita, come colorano le porte delle case, come si vestono, come si sono preparate ai nostri incontri. Significa che c’è voglia di presentarsi nel modo migliore, come in ogni essere umano. Le persone di Kabul assomigliano semplicemente a tutti gli esseri umani nel mondo, perchè siamo tutti uguali. C’è l’orgoglio, c’è l’entusiasmo, c’è quel sorriso incredibile nel gesto di togliersi il velo nello spazio protetto rappresentato dal salone della parrucchiera e farsi belle. Questa è poesia pura quindi è un sogno, uno dei tanti sogni di Pangea che si sono realizzati.

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