Georgia da Tbilisi a Davit Gareji: un viaggio nella storia

Perché viaggiare? Non ho mai pensato di dover rispondere a questa domanda seriamente, cioè non così seriamente da doverlo mettere nero su bianco e raccontare perché viaggiare sia così importante.

Georgia

È ovvio che io parlo per me, ma sono sicura possa valere per tutti. È la voglia di scoprire la novità, l’irrefrenabile curiosità di conoscere quello che c’è oltre l’immaginazione e che ti spinge a prenotare i tuoi viaggi senza pensarci, con un semplice click e con la voglia di vedere il mondo a occhi sgranati… per la felicità di cosa scoprirai, per la gioia di chi incontrerai e con la consapevolezza che arricchirai il tuo spirito perché il mondo è tremendamente meraviglioso!

È un po’ di tempo che accarezzo l’idea di vivere viaggiando. Esattamente da quando ho fatto un viaggio sola, senza saperlo. Tutto avevamo pianificato tranne che il mio viaggio in solitaria, e il passaporto non valido della mia amica Oriana, ma vabbe! E’ stato il viaggio più bello della mia vita!

Scoprire posti nuovi e angoli del mondo calpestati da altri, così lontani da te. E poi scrivere di viaggi, di quelli belli che ti riempiono il cuore e la mente e l’anima. Si perché viaggiare ti riempie soprattutto l’anima.

Perciò quando mi è stato proposto di scrivere di quella che ho scoperto essere una delle mie passioni, c’ho messo poco a capire che dovevo farlo. E poi, diciamocelo, se nessuno mi leggerà o i lettori saranno meno delle aspettive eh… ragazzi, amen! Avrò scritto del mio personalissimo viaggio, appuntando su un foglio word le mie sensazioni in quel momento preciso in cui ero tra le montagne del Caucaso: io, Ele, la neve e non so nemmeno quanti gradi sotto zero! Madonnamiasantissimailfreddo!

Si comunque, ho detto il Caucaso. A dicembre, quando tutti dicono che non è la stagione adatta per visitarlo, completamente immersa nella neve e con un colbacco di pelo nero…so cool!

Quando Eleonora mi ha proposto questo viaggio ho subito detto: “siiiiii! Partiamo!”. In realtà ho realizzato coi giorni che passavano che non era proprio il solito viaggio da trolley e crema idratante viso tutte le mattine (che poi io l’abbia comunque portata e usata, questa è un’altra storia).

Lei è una veterana di viaggi seri, di quelli da zaino in spalla e docce all’aperto senza acqua calda… non scherzo! Anche se a guardarla non lo direste mai! Io invece… direi di no. Cioè mi adatto, anzi no, ho imparato ad adattarmi nel tempo, solo le mie migliori amiche sanno di quanto fossi odiosa quando non avevo il MIO cuscino per dormire – ragazze è tutto diverso ora, sono grande! Ah ah!

E insomma dicevo, di viaggi così io mai, la doccia la voglio in un bagno vero! Ma nonostante questo, e nonostante le raccomandazioni della mia adorata mamma “figlia mia ma come vi è venuto in mente?! La gente di là se ne viene e voi ci andate in vacanza!” – in Puglia sappiamo essere convincenti eh? – io di Ele mi fido e quello fatto insieme è stato il primo vero e bellissimo viaggio con lo zaino.

Perciò, un sabato mattina mentre eravamo a colazione insieme mi racconta del suo piano di viaggio in Georgia. Ne resto così piacevolmente colpita che alla sua proposta, così su due piedi e senza pensarci, decido di partire con lei.

Io che in 30 (quasi) anni di vita ho sempre fatto le vacanze di Natale coccolata a casa dei miei e senza nemmeno pensare di voler essere altrove. Ma quest’anno è stato l’anno giusto. Della “maturità”, della svolta, della crescita, chiamatelo come volete ma è stato l’ANNO. E io avevo deciso. La Georgia non è per niente una delle solite mete turistiche, anzi! Non ho mai sentito nessuno dirmi: “a Capodanno vado in Georgia!”. Beh, io ci sono andata e non poteva andarmi meglio. Avevamo diviso la nostra settimana secondo i luoghi che avremmo visitato, perciò vado con ordine.

Tbilisi
E’ la capitale della Georgia, nel pieno del Caucaso meridionale. La prima e inaspettata scoperta di questo 2016.
Pelliccia e colbacco, i primi due giorni sono stati una full immersion in città. Una città ancora dilaniata dai segni della guerra, l’ultima nel 2008; piegata dalla storia e dal forte senso sovietico – fantasma all’apparenza invisibile ma quasi sacro e sempre presente – che ancora respiri quando passeggi per le sue strade, ma gentile e accogliente come poche.

In aeroporto è tutto un gran caos, gente dappertutto e in modo così disordinato, cioè non come di solito ero abituata a vedere. Appena arrivate, al controllo passaporti, già ci offrono una bottiglia di vino. È un gesto di benvenuto – molto piacevole e gradito, tra l’altro – che hanno nei confronti dei turisti che arrivano per la prima volta.

La Georgia è terra famosa per la produzione di vini. Posso testimoniare: fanno un rosso buonissimo! Ad aspettarci c’è un signore che ci avrebbe portate nella nostra casa e che non parla inglese. Quasi nessuno parla inglese qui. Lo riconosco perché mostra fiero il cartello col mio nome scritto perfettamente: MARIA ROSARIA. È notte inoltrata quando arriviamo a casa, lasciamo gli zaini e riposiamo un po’, giusto il tempo di aspettare le 9.00 del mattino per uscire. Non un minuto di più, Ele in questo è un generale!

Mentre passeggio non posso fare a meno di osservarle: palazzine al massimo di due piani, sembrano abbandonate a prim’occhio, i tetti sono di lamiere e i cortili, spenti e malinconici, si colorano di panni ancora umidi e pesanti di chi le abita, stesi su fili aggrappati a carrucole tremolanti. Secchi di pittura e calcinacci messi da parte in un angolo, evidentemente il papà capofamiglia sta ristrutturando la casa all’esterno. All’interno invece sono accessoriate di ogni comfort, compreso il wifi (giuro che non mi sarei stupita se non ci fosse stato!). Anche la nostra è una di queste case, così chiaramente umile e semplice.

Il fascino del passato georgiano segue silenziosamente la voglia di Occidente: avverti la sensazione di essere al centro di un crocevia tra l’Europa e L’Asia, la stessa che ebbi quando vidi Istanbul. Piccoli bar, chiesette antiche e amabili gallerie d’arte si alternano a lounge bar e club alla moda…ci provano almeno!

I vicoletti della città vecchia di Tbilisi sono pieni di locali di questo tipo mentre sopra di loro l’immensa Fortezza di Narikala li sta a guardare. Decidiamo perciò di salire, fino in cima, a goderci la maestosità del panorama che toglie il fiato.

L’acqua del fiume Mtkvari, che attraversa non solo Tbilisi ma tutta la Georgia fino in Turchia, scorre lenta sotto di noi e sembra che il grande Ponte della Pace tenga le rive ben ferme. Riscendiamo pian piano lasciandoci la fortezza alle spalle.

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Shvateli, Erekle II e Sioni: percorriamo queste tre piccole vie pedonali più volte e come se fosse sempre la prima volta. Sono parallele al fiume e le immagino vivere di commercio, quando erano il centro della città nell’epoca medievale. Entriamo nella Cattedrale di Sioni, sfioriamo il teatro delle marionette e ritorniamo sulla via principale, Kote Abkhazi.

Camminiamo senza sosta, costeggiando il fiume e in mezzo al traffico georgiano. Nemmeno le automobili qui seguono una regola: se ti piace l’auto con la guida a destra, puoi averla come se fossi a Londra. Se ti piace la guida a sinistra, chi l’ha detto che non puoi? E mi immagino con la mia auto nel bel mezzo di questo disordine mentre anche io, come loro, ascolto “Mother” di Ray Charles. Penso sia la loro canzone preferita, ascoltano ininterrottamente solo questa, giuro!

Arriviamo al Dry Bridge, il Ponte Secco. Tutto intorno, bancarelle e banchetti di anziani cittadini messi in ordine a formare il mercatino all’aperto più antico della città. Alcuni giocano tra di loro, altri fumano e le signore chiacchierano, forse di come passeranno le feste.

Tradizionali corni potori per bere vino, chincaglierie sovietiche, spille, borse, giacche e cappelli di pelliccia, pipe, lampadari di cristallo e argento anneriti dal tempo, svariati oggetti di porcellana… mi sembra di aver aperto la vecchia credenza della bisnonna chiusa a chiave nel salone delle feste di casa dei nonni!

Ovviamente perdiamo qui un paio d’ore, compriamo diversi oggetti, tra i più inutili messi in vendita – solo per citarne alcuni: io una fiaschetta di cuoio del periodo sovietico (un regalo utilissimo, non credete?) ed Ele un paio di forbici di metallo grezzo, grosse quanto tutto lo zaino. Nessuna delle due pensa al viaggio di ritorno e ai controlli in aeroporto…ehm no. Voi ci avreste pensato? – e decidiamo finalmente di mangiare.

Pur pur è il luogo più incantevole e affascinante dove sia mai stata prima. E non uso incantevole nel senso di bello, ma nel senso proprio di inaspettato incanto: è uno dei più famosi e costosi ristoranti della città (costoso? All’incirca 20€ a testa tutto compreso, fino al dolce), al primo piano di una vecchia palazzina del centro. Il soffitto è fatto di grossi teli di tessuto drappeggiato, damascato o jacquard; i lampadari ricordano il raffinato stile art nouveau dei primi del ‘900 e i tavolini sono tutti diversi, alternati a sedie imbottite o a poltroncine fiorate in quel preciso stile un pò rococò, ma dal sapore italiano. Ceniamo sorprese e affascinate da questo luogo fuori dal tempo: zuppa, pesce, purè di patate con gamberetti, mela cotta con crema chantilly e noccioline caramellate…Pur Pur ci ha stregate.

Il mini tour di Tbilisi si conclude poi con una coccola rilassante: Abanotubani (ribattezzato Abano Terme…e oh, io i nomi non me li ricordo mai al primo colpo!). È un bagno sotterraneo, frequentato da uomini e donne ma in aree separate e con le vasche accessibili fino alle ore 22.00, rinomato per essere tra le migliori terme d’acqua sulfurea della città e frequentato nel tempo anche da Alexander Dumas. Non perdiamo tempo, costume alla mano, prenotiamo una stanza solo per noi: vasca termale, bagno turco, doccia privata. Un ora di relax che ci rimette al mondo ma che ci succhia fino all’ultima energia ancora disponibile. Finito il nostro tempo, torniamo a casa e ci prepariamo ai giorni successivi mentre sprofondiamo nella morbidezza del letto della nostra nuova casa.

Uplistsikhe, Gori, Mtskheta
Nei paesi come la Georgia non è così semplice usufruire dei mezzi di trasporto pubblici. Gli autobus, soprattutto d’inverno, girano a fatica perché la neve scende copiosa e se considerate poi che gli autisti non parlano inglese…beh ecco, non eravamo così avvantaggiate. Le corse in taxi costano pochi spiccioli e se contratti un prezzo in anticipo, il tassista è disposto ad accompagnarti dappertutto. Perciò, anche se l’idea non ci piaceva particolarmente, decidiamo di prenotare un auto per un giorno intero e come da accordi, il driver viene a prenderci puntualissimo.

Percorriamo con piacere le strade che da Tbilisi ci portano a Gori, la prima tappa della giornata. Durante il tragitto, il nostro driver ci suggerisce di fermarci a visitare un sito archeologico che è di strada, ci fidiamo della sua proposta – in fin dei conti, chi meglio degli abitanti del luogo può suggerirti cosa fare? – e arrivate sul posto scendiamo dall’auto curiose.

Uplistsikhe (letteralmente “La Fortezza del Signore”) è un’antica città scavata nella roccia e costruita sull’altipiano di un banco roccioso che costeggia il fiume Mtkvari. È possibile visitarla con soli 3 Lari (poco più di 1.00€!) e con la possibilità di avere una guida a scelta, o inglese o russa. Io ed Ele ci mischiamo a un gruppo russo che, come noi, sta per cominciare la visita e con la guida in lingua ad illustrargli ogni luogo…vi posso assicurare che il russo è una passeggiata quando la tua guida inglese non è disponibile. Ah ah! Come no?! Scherzi a parte, non riuscivo a cogliere nessun significato, ma nemmeno provando ad andare a senso, però seguivo con precisione il percorso della guida.

Questa affascinante città rupestre è famosa per essere stata il centro religioso più importante del culto pagano dedicato alla dea del sole, nel I°sec D.C., e la residenza dei sovrani cristiani che qui hanno costruito templi e luoghi di preghiera. Le due religioni hanno infatti convissuto per un breve periodo fino alla totale ascesa del cristianesimo nel 4°sec D.C. Quello che ora si può visitare è solo il centro della città, in cima alla montagna, che regala un immenso e magnifico panorama della valle fluviale di questa zona del Caucaso. Mi guardo intorno curiosa e mi chiedo come la gente potesse davvero vivere di niente in caverne scavate nella roccia, mi arrampico fin dove è possibile seguendo il sentiero tracciato e fotografo stupita questo pezzo di città fantasma, in una terra incredibilmente ricca di cultura.

Ci rimettiamo in auto verso Gori, vicinissima ormai, a soli 10 km da noi. Avevo deciso io di voler andarci, volevo visitare la città che ha dato i natali a Josif Stalin e che qui ha vissuto fino all’adolescenza; volevo vedere di persona i luoghi che ho studiato sui libri di storia per anni.

Più di Tbilisi, la sensazione di aver fatto un balzo indietro nel tempo è notevole. Arrivate nel centro città, mi sembra di essere nel pieno periodo sovietico, quando ancora la statua del dittatore sovrastava la piazza principale. Il museo di Stalin è un tempio in suo onore, emana quasi un’aura religiosa.

Si ripercorrono con minuziosa precisione tutte le tappe della sua vita e della sua ascesa al potere. Dal periodo di studi teologici, quando credeva di poter diventare sacerdote, al risveglio rivoluzionario e politico, fino al nuovo stato socialista – l’Unione Sovietica – e alla guerra civile russa. All’esterno del museo, ancora si conserva la casa della sua famiglia, fatta di legno e mattoni e presa in affitto per 4 anni dopo la sua nascita.

Finita la visita al museo ci rimettiamo in strada, il nostro autista ci accompagna in una deliziosa taverna dove ci rilassiamo per pranzo. Mangiamo khachapuri, pietanza tipica georgiana fatta di pane e formaggio, fresco o stagionato, e uova, chiacchieriamo un po’ confrontando le nostre sensazioni e le emozioni dei posti che abbiamo visitato e ci sentiamo pronte per ricominciare.

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L’ultima tappa della giornata è Mtskheta, capitale della Georgia prima di Tbilisi. È il cuore spirituale di questo stato: qui si respira forte il senso del cristianesimo ortodosso e la sua Cattedrale di Svetitskhoveli, patrimonio dell’UNESCO dal 2009, è il primo luogo di culto sacro della popolazione georgiana. Secondo la tradizione infatti, sotto la Cattedrale sarebbe sepolta la tunica di Cristo, nella navata sotto una colonna squadrata simile a una torre.

A spiegarci dettagliatamente la sua storia è una guida dall’inglese chiaro e scandito: ci accompagna all’interno, ci illustra sapientemente tutti gli affreschi delle pareti di questa chiesa con la pianta a croce allungata e ci indica due tombe importanti, ci chiede di parlare piano – un sacerdote è in preghiera con i suoi fedeli proprio in quel momento – e ci porta fin dietro l’altare per mostrarci fiera, sotto una teca di vetro, il frammento del piede di Gesù crocifisso. All’esterno, tutto intorno alla Cattedrale, un enorme muro che sembra quasi una fortezza: qui vivono i monaci del luogo, come se il loro compito fosse fare la guardia a questo luogo magico.

Compriamo dei souvenir mentre un’anziana signora fa dimostrazione di come si prepara una churchkhela, dolce tipico georgiano. Mi presto scherzosamente alle foto di Ele che sorridendo mi fotografa con in testa un cappello di pelo di pecora (è una roba troppo ridicola che però mi piaceva tantissimo…e l’ho comprato!), tornando a casa ci fermiamo ancora per un ultimo sguardo alla valle, dalla Chiesa di Jvari che domina Mtskheta dalla cima della collina.

Rientrate in città abbiamo ancora energie per fare un giro a piedi e decidere dove cenare. Entriamo in un ristorantino del nostro quartiere, in una traversa di Kote Abkhazi, e assaggiamo per la prima volta i khinkali.

Vardzia
Per poter capire fino in fondo i modi di vivere dei posti che decidi di visitare e in generale, amalgamarsi alle abitudini e mischiarsi alla gente dei luoghi, la regola è non essere una turista, o comunque sforzarsi di non essere in vacanza. Ecco, questo è quello che Ele cercava di inculcarmi tutti i giorni, finchè a questo punto del nostro viaggio ha deciso: “MaryJo, domani andiamo a Vardzia coi mezzi pubblici! Sveglia presto (ah perché gli altri giorni avevamo dormito fino a tardi?!), alle 8.00 dobbiamo essere alla stazione degli autobus, prendiamo uno dei loro marshrutky e andiamo! Ho già studiato il tragitto, per prendere tempo scendiamo a una cittadina vicina e di là poi contrattiamo un taxi. È meglio così che con l’autobus diretto Tbilisi-Vardzia, fidati di me!”.

Ecco, tralasciando il fatto che i loro autobus sono dei fiorini al massimo 10 posti, dove però loro ce ne fanno stare 20 comprese le valigie dei passeggeri(!), arriviamo alla stazione degli autobus alle 8.00 dove il nostro marshrutky sarebbe partito, di lì a poco, per Akhaltsikhe.

Aspettiamo che il mezzo si riempia. Non sapevo che… ecco, non ci sono orari stabiliti così precisi…non è che, per esempio come noi, arrivi alle 8.00 perché sai che alle 8.10 l’autobus partirà. No! Solo quando l’autobus è pieno allora si può partire, quindi puoi stare ad aspettare! E infatti, aspettiamo le 9.00, menomale non troppo, e impieghiamo poco più di 3 ore per arrivare in questa città vicina a Vardzia, la nostra destinazione. Troviamo subito un signore col quale, dopo aver pattuito il prezzo a gesti e scrivendo i numeri sul telefono cellulare, ci fa segno che va bene e che possiamo salire in macchina e andare.

Vardzia è una località rupestre a 200km circa da Tbilisi e costituita inizialmente da un monastero scavato nella roccia cresciuto così tanto, durante il regno della regina Tamar (XII secolo), da diventare una vera e propria città, composta da più di seimila stanze distribuite su 13 piani, per proteggere gli abitanti dai Mongoli. Oggi è un sito archeologico tra i più attrattivi della regione, mantenuto da un ristretto gruppo di monaci che posseggono le chiavi di alcune grotte e passaggi sotterranei molto suggestivi.

A differenza dei giorni precedenti, durante i quali il sole ci aveva sempre accompagnate caldo e luminoso, in quella giornata il tempo incominciava ad essere incerto, nuvoloso, e la temperatura era scesa ancora di un paio di gradi. Avevamo prenotato una camera in un cottage lì in zona, nel bel mezzo delle montagne del Caucaso… direi nel nulla, se proprio devo essere precisa. È stata un’altra esperienza meravigliosa: il cottage a conduzione familiare ci ha accolte come se fossimo della famiglia.

Il nonno proprietario non faceva altro che parlarci in georgiano e io annuivo, sorridendo…non capivo bene cosa dicesse ma era così dolce il suo sguardo! Ci offriva del tè caldo per riscaldarci e ci teneva a sottolineare fiero che aveva costruito tutto lui. Il nipote, Oto di più o meno vent’anni, ci ha accompagnate in macchina nei dintorni di Vardzia: le grotte di Gelsunda, quello che resta di un antico mercato degli schiavi e caravanserraglio, fino alla città di Tsunda e alla sua Chiesa di San Giovanni Battista…Vardzia è l’ennesimo posto incantato e fuori dal tempo di una meravigliosa scoperta che è stata la Georgia.

Finito questo giretto torniamo al cottage per cena, dove ad aspettarci c’era tutta la famiglia nel pieno dei preparativi natalizi: tutti i nipoti erano lì insieme ad addobbare la sala per le feste, mentre io, Eleonora e un altro gentile ospite ceniamo insieme e chiacchieriamo, con naturalezza.

Lui è un giovane regista georgiano ormai newyorkese d’adozione, trasferitosi 16 anni prima nella Grande Mela per studiare alla Columbia University e tornato a Tbilisi per girare il suo nuovo film. Parliamo tanto, ci racconta della cultura georgiana, dei piatti tipici della sua cucina e di sua moglie che è rimasta a Parigi per le feste. Ci chiede quanto ci fermiamo a Vardzia e ci invita a tornare in città con lui il giorno dopo. Ovviamente è si, accettiamo! Tornare in auto in città era davvero un colpo di fortuna!

La notte passa in fretta, mi addormento quasi subito ma il freddo del risveglio è glaciale. Una tempesta di neve durante la notte aveva fatto saltare l’impianto elettrico: alle 8.00 del mattino circa la nostra camera era a -9°, senza acqua né riscaldamento e io…solo con un magliettone come pigiama. Non riuscivo a letteralmente muovermi. Il viaggio di ritorno a Tbilisi è stato molto piacevole e rilassante.

Il nostro nuovo amico ci racconta di musica, di arte, di come si vive a New York e di quanto io continuamente sogni di trasferirmi a vivere lì, mentre la strada che stavamo percorrendo seguiva l’alternarsi di montagne ricoperte da una coltre di neve bianca e soffice. Da vero gentiluomo ci ha offerto addirittura il pranzo, non potevamo tornare in Italia senza aver assaggiato la vera cucina georgiana, ammette lui, e ci fermiamo in un ristorantino che è di strada. Arrivati a destinazione ci ha accompagnato fino al punto per noi più vicino a casa: lo ringraziamo profondamente e proseguiamo appagate da questo piacevole e inaspettato incontro che ci ha riempito il cuore.

Davit Gareji
A questo punto, l’ultima tappa del nostro viaggio non restava che Davit Gareji, uno dei siti storici di maggiore rilievo dello Georgia al confine con l’Azerbaigian e costituito da 15 monasteri disseminati in questa parte di territorio che offre un paesaggio magnifico e semidesertico.

Almeno, questo era quello che ci aspettavamo di vedere e che avevamo letto sulla nostra guida, ma che purtroppo non abbiamo potuto aggiungere alla lista.

Difficile da raggiungere in autobus, per via dell’abbondante nevicata che ancora scendeva copiosa soprattutto in altura, pattuiamo la solita cifra con un tassista e decidiamo di avventurarci (come avrebbe detto mia madre). Questo avviene per 2 giorni consecutivi ma senza successo!

Il primo giorno è un fiasco totale. C’era così tanta neve sulla strada che raggiungere la nostra meta si era rivelato praticamente impossibile e purtroppo, nemmeno il nostro autista poteva prevederlo. Passiamo la mattinata in auto, credo di non aver mai visto prima un cielo così grigio e triste, che accoglie una nevicata così piena come quella che stavamo vedendo coi nostri occhi, mentre procedendo in auto chiediamo indicazioni a un pastore con le sue pecore al pascolo nella neve di un paesaggio che sembrava fiabesco.

Dispiaciute e tremendamente seccate dall’essere arrivate a soli 20km dalla meta, torniamo indietro e ripieghiamo su un pranzo nella taverna di un paesino vicino con la visita a una cantina georgiana che produce vini tipici. Vino rosso, vino bianco, grappa, una specie di loro wisky: assaggiamo tutto quello che ci viene offerto dall’anziana signora che gestisce il posto, dopo aver seguito con attenzione il processo di produzione del vino.

Il secondo giorno ci riproviamo, era la nostra ultima possibilità perchè il giorno successivo saremmo ripartite a notte fonda per tornare in Italia. Fermo un tassista, a prim’occhio mi squadra e parla piano ma mi dice che è disposto ad accompagnarci, dobbiamo però prima mettere le gomme da neve. Parla inglese…decido che lui è il nostro uomo, saliamo sulla sua auto! Per farla breve, non siamo riuscite a vedere Davit Gareji nemmeno in questa circostanza ma lui, Levan per gli amici Leon, è stato il migliore del mondo! Ci ha guidate anche oltre il limite raggiungibile nel pieno di una tempesta di neve, ha scherzato con noi, ha riso tanto sulle note di Ray Charles mentre noi tentavamo di memorizzare le parole, ci ha raccontato della sua famiglia, ci ha chiesto di tornare a trovarlo e si è prestato a tutte le nostre foto più strane. Non avrò visto Davit Gareji ma porto nel cuore i paesaggi innevati del Caucaso, in un’altra meravigliosa giornata che stavamo trascorrendo con un perfetto ma simpaticissimo sconosciuto.

Ritornate a Tbilisi in quest’ultimo giorno di vacanza, la salutiamo dalla cima del suo punto più alto, riscendendo a valle con un trenino che ci permette di respirare ancora una volta l’aria di questa città incantata, che mi ha riempito l’anima più di quanto non credevo potesse accadere.

La storia che hai letto sui libri di scuola e che ti sembra di rivivere quando passeggi per le sue strade, la meraviglia dei suoi luoghi dai poteri quasi straordinari, la semplicità della vita che scorre lenta e dalle abitudini così lontane dalle nostre, la gentilezza delle famiglie che ci hanno offerto la loro casa per soggiornare e la gioia del fruttivendolo quando ci ha detto “Ah, Milano!” offrendoci la sua mela più bella…rifarei tutto esattamente come è stato, col colbacco di pelo nero e lo zaino in spalla, perché la ricchezza che ho adesso non l’avevo mai provata prima.

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