Una Mountain Bike da salvare. Una storia vera

Quella che vi stiamo raccontando è una storia vera. Un'aspirante ciclista e la sua vecchia mountain bike, che tra lo stupore generale assumerà un ruolo determinante....

Sì, la ciclofficina. Prima di avere riesumato la vecchia mountain bike del mio compagno dalla cantina con l’idea di smaltire qualche kg pedalando, in alternativa all’abbonamento in palestra (e chi ha tempo?), non avevo mai percepito l’esistenza di questo luogo dal nome così perfetto.

Con la “o” finale di ciclo che si abbina ton sur ton alla sorella primogenita di Officina. Una parola affascinante come quelle tedesche che si abbracciano tra loro, ma con la marcia in più della brevità. Bella come Pittimmagine.

Ma andiamo con ordine. Mi trovavo per le mani una vecchia e sgraziata mountain bike da “rigenerare” come un capo di campionario dopo 6 mesi di showroom e, francamente, pensavo di rivolgermi ad uno specialista. Niente di più facile, abito all’Isola. Qui, in uno dei quartieri più bohémien di Milano, tra un localino trendy e un negozietto vintage, è pieno di meccanici.

In via Thaon Di Revel vicino al concept store Deus ci sono le Officine Mermaid, per gli harleysti, verso sud invece, attraversando il quartiere con la bussola puntata verso la mecca 10 Corso Como, ma fermandosi prima della ferrovia, incontri parecchi di quei tipici “ciclisti” non motorizzati, con vetrina unica, ricolma di bici accatastate.

Ma era troppo per me! Già mi stavo sforzando di usare una vecchia bicicletta… dovevo anche avvilirmi varcando la soglia di un anonimo meccanico che in vetrina “espone” un groviglio di telai e brugole senza neppure un brand? Ma neanche per sogno! Con la ruota a terra e la forcella ballerina decido quindi di pianificare la traversata a piedi con bici a spinta da casa mia fino a Equilibrio Urbano, il negozio più figo della zona. Di quelli che ti sembra di essere un hipster a Londra.

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Giunta all’ingresso, con la vetrina che offre un’ampia teoria di selle Brooks chicchissime come borse di Hermès, capisco già di aver fatto un errore. E lo sguardo del commesso sulla mia bici, sospeso tra stupore e commiserazione (presenti gli occhi di Belen Rodriguez quando a Tu si que vales arriva un tapino imbarazzante?) non fa che rigirare la brugola nel dado. Dopo aver ammirato le delizie del posto, non mancando di fare qualche domanda di cortese interessamento su manubri rivestiti in pelle e campanelli di lusso, faccio una graziosa piroetta ed esco. Decisa a questo punto a trovare un vero meccanico.

Per non infliggermi una seconda umiliante traversata del quartiere con la bici al piede, dirigo spedita verso via Pastrengo dove ricordavo di aver adocchiato, da un aperitivo all’Anche Bar (ex Blu), un’insegna costituita da una semplice ruota appesa. Che apprezzabile gusto minimal, per essere un semplice meccanico! Proviamo.

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Stavo entrando, ignara e ingenua come un cappuccetto rosso qualsiasi, niente meno che da Orco Cicli. Un mito della bicicletta sartoriale. Il Caraceni delle due ruote. Si misura il corpo e via..! Si forgia il telaio su misura, al millimetro.

Naturalmente, dato l’understatement dell’ambiance, non mi rendo conto e approccio l’architetto/giornalista Giò Pozzo, anima della Maison, sfoderando lo stile pop-informale di quando parlo con l’idraulico o il tassista. Ovvero quando mi rapporto con il mondo reale, extra press day.

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E lì, forse perché quel giorno l’Orco era in buona, o forse perché, come nelle fiabe di formazione per fanciulle, era destino che superassi il primo livello del rito iniziatico, Giò mi diede i consigli d’oro che ebbero il potere di determinare il mio primo approdo sicuro. In ciclofficina.

Come Yoda quando decide nella sua saggezza di dare una possibilità al meno dotato dei suoi allievi, così Giò è direttissimo nel dirmi che per un simile ferrovecchio l’unica possibilità, per non buttare via i soldi, è la ciclofficina. E ce n’è una proprio all’Isola. La più antica e blasonata, quella morta con la demolizione della Stecca degli Artigiani e risorta come una fenice ai confini con il vasto parco sottostante a Piazza Gae Aulenti, in via De Castilla.

Ora sì che avevo le idee chiare! Dovevo trovare una forcella compatibile (e lì con un po’ di fortuna avrei potuto trovarla gratis) e dovevo sostituire la camera d’aria. Ma, soprattutto, dovevo farcela da sola! Solo così avrei potuto veramente entrare nel Mondo Incantato della Bicicletta.

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