Lascia stare la gallina: intervista a Quit The Doner

Si può resistere a un libro che titola così? Intervista con Quit The Doner, blogger, giornalista e scrittore esilarante e spietato.

Doner by Roberto Seclì

‘Scusa, puoi dirmi che libro stai leggendo che lo voglio leggere anche io?’ Sono in treno e questa frase me la rivolge la compassata signora che, dal sedile davanti al mio, mi ha osservato ridere fino alle lacrime da più di mezz’ora. Il libro incriminato è Quitaly, raccolta di articoli e varia umanità messi insieme da Quit The Doner, blogger, giornalista e compositore di parole che mi sta facendo credere che c’è ancora vita nell’universo dell’editoria italiana.

Immagini fulminanti e ritratti spietati, che salvano sempre in corner l’oggetto di tanta attenzione con un misto di curiosità e gratitudine: del resto, se voi non ci foste, io di chi canterei? Sembra dire Quit guardando gli animali sociali che lo circondano con lo stupore candido del miglior Alberto Angela. Arrivo su una penna scovata on line prima da Vice e Linkiesta e oggi da Internazionale, Venerdì di Repubblica e Riders e che ha convogliato sul suo blog quitthedoner.com una buona fetta degli innamorati della lingua italiana.

Ora il misterioso Quit ha un nome, Daniele Rielli, un’età, è classe 1982, e un libro di narrativa purissima appena uscito: ‘Lascia stare la gallina’, un noir in salsa salentina recensito entusiasticamente dai più severi quotidiani nazionali, con paragoni da far tremare i polsi come quelli con Flaiano e Irvine Welsh fino a Breaking Bad, per l’immaginario e la visionarietà.

Salento

Con la sua copertina strepitosa, ‘Lascia stare la gallina’ campeggia sul mio comodino in attesa che io ceda alla tentazione di leggerlo, cosa che rimando ogni giorno come facevo con l’apertura dei regali di compleanno perché sapevo che quel momento sarebbe stato bellissimo ma troppo breve, come sono comunque tutte le cose che ci piacciono davvero. Nell’attesa, mi godo questa intervista come il più promettente degli antipasti.

Quitaly è una raccolta di reportage e un solo capitolo, l’ultimo, è di fiction, quasi ad annunciare l’arrivo del romanzo. Perché hai utilizzato uno pseudonimo per raccontare la realtà e il tuo vero nome per una storia di finzione? Che rapporto hanno Quit the doner e Daniele Rielli? Perché era diventato complicato gestire lo pseudonimo facendo reportage. Per il resto Quit è Daniele circa al 95%.

per dovere di cronaca - libro e comodino

Per quale motivo hai scelto il Salento per ambientare la storia di “Lascia stare la Gallina”? Una parte della mia famiglia viene da lì e sin da bambino ci ho passato moltissimo tempo, negli anni ho avuto modo di vedere ambienti e situazioni che in seguito ho sentito il bisogno di raccontare.

Se si scrive un romanzo e si pubblica sui giornali di carta si può rimanere un blogger? Credi che negli ultimi tempi sia cambiata l’idea che si ha in Italia di questa attività? Direi che non è un obiettivo che mi pongo rimanere o non rimanere un blogger, io mi sono sempre concepito come un autore, scrivo libri, realizzo reportage, ogni tanto scrivo opinioni, ho scritto uno spettacolo teatrale, alcune cose di finzione per la tv, sono tutti aspetti dello stesso lavoro. Il blog era solo un mezzo per un fine più ampio e credo che andrebbe sempre concepito così, pena la caduta nel narcisismo irrilevante. Per quanto riguarda lo stigma direi di no, non è cambiata la concezione, blogger in italiano è sempre una parolaccia.

Doner by Roberto Seclì
Doner by Roberto Seclì

Dicono che online la brevità sia da preferire ma i tuoi pezzi smentiscono questa convinzione. C’è, a tuo parere, una differenza tra la lettura tradizionale e quella sulla rete? La carta offre dei tempi migliori, più lenti, non ha il confronto continuo con un mondo di contenuti a portata di click, per questo permette la riflessione, la profondità. Il digitale è fatto per essere consumato in fretta e lasciare poco. Purtroppo questa differenza non viene sfruttata dalla maggior parte dei cartacei italiani che di norma continuano a ragionare come se internet non fosse mai stato inventato e fanno repliche di quello che puoi trovare gratis online. Chissà perché poi perdono copie. Le mie storie lunghe online funzionano perché sono costruite per tenere lì il lettore, generare delle domande, offrire in cambio del piacere di lettura, ma è sempre una lotta. Il lato positivo del digitale è che l’offerta enorme di contenuti non è sempre uno svantaggio, alle volte torna utile.

Essere noti in questo momento storico comporta la necessità di interagire con i propri lettori. Come vivi questa parte del lavoro? Devo dire che gli incontri che ho fatto fino ad adesso sono stati tutti molto divertenti, una volta che sei abituato a lavorare online andare dal vivo è come passare dalla curva di uno stadio a un chiostro di monaci cistercensi. Sul web sono tutti leoni da tastiera in positivo e negativo, da quelli che ti odiano a quelli che ti offrono la loro ragazza ( io di solito rifiuto, non ho tutti quei cammelli che mi chiedono in cambio) dal vivo le cose di solito sono più umane. In genere credo che ci sia una tendenza inversamente proporzionale, più le persone sono attive e sperticate nei toni online, più tendono dal vivo al mutismo, non è un caso che le platee più attive come domande siano quelle più anziane, gente che riesce ancora a rivolgerti la parola senza mandarti un email.

grafica ispirata alla cover di 'lascia stare la gallina'

L’otium o del vagare senza meta: quanto conta per far nascere le idee? che peso ha avuto per te la formazione istituzionale (scuola/università) rispetto agli interessi che hai coltivato in autonomia? È importante, infatti il ritmo da catena di montaggio con cui si è soliti lavorare nell’industria culturale italiana, specie se si è sotto i 40 e si deve lottare per sopravvivere, è assolutamente controproducente per il prodotto stesso oltre che per la persona. Il tempo paga la qualità, ma dall’altro lato è anche vero che ci vuole anche la responsabilità dell’autore che se ottiene del tempo pagato per lavorare ad una storia deve utilizzarlo il meglio possibile e non usarlo per non fare un cazzo. La scuola e l’università sono fondamentali, una volta finite è facile studiare seguendo solo il principio di piacere, la formazione istituzionale ti obbliga anche a studiare delle cose che poi ti saranno utilissime ma che di tuo non avresti mai affrontato

Per scegliere le parole segui di più il senso o la musicalità? o è solo istinto liscio? È un insieme di entrambe le cose, il senso va espresso nella forma più adatta. Io lavoro molto sul ritmo, fondamentale per i tempi comici, e in generale per trovare una forma che senza semplificare restituisca concetti alti nella maniera più comprensibile possibile. La parola complessa è accettabile solo quando quel concetto non si può esprimere altrimenti, che è un’occorrenza che in determinati contesti accade. Al contrario la scrittura involuta solo per darsi un tono l’ho sempre trovata una cosa patetica, da sedicenni che vogliono fare gli scrittori.

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