Quarchatelier: di design, magie e altre sciocchezze

Dispettosi funghetti di ceramica, civette che si illuminano nella notte, spazi che parlano e imparano a conoscerci: benvenuti nel mondo di quarchatalier!

Se qualsiasi Festa Comandata può dividere per abitudini, culti e menù, nulla unisce più dell’annuale rito del Salone del Mobile che deposita sul fondo di Milano uno spesso strato di idee, risate e guizzi che a volte sembrano dare ancora un senso all’aggettivo più abusato dal Manzanarre al Reno: creativo.

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Così, a distanza di qualche mese, ci è venuta voglia di fare due chiacchiere con un duo di designer milanesi che, dal silenzio antico del loro cortile in zona Paolo Sarpi, portano avanti un’idea di design di pericolosa dolcezza che, da quelle serate di aprile, non siamo riusciti a toglierci dalla testa. La punta di diamante sono due lampade artigianali, una in porcellana e una in vetro soffiato a mano, che sostengono di riuscire a evocare le atmosfere dei boschi incantati e a portarci via: sarà per questo? Loro sono Marina del Monaco e Simone Fumagalli, creatori di Quarchatelier. Questa è la loro idea di design. E di poesia.

Se dico che gli oggetti e gli spazi sono stati d’animo vi suona familiare? Cosa significa davvero per voi? Sì: cerchiamo di nascondere dentro ogni spazio, ogni oggetto, un piccolo racconto costruito con un linguaggio che non usa le parole. C’è sempre una piccola storia che guida i nostri progetti, probabilmente non udibile da tutti. In ogni luogo, in ogni oggetto che disegniamo nascondiamo altri spazi possibili, finestre aperte su mondi nascosti altrove e capaci di dialogare con la fantasia di chi li percorre. Disegniamo luoghi e oggetti la cui intenzione è di portarci in un mondo ove è più importante la sensazione che non la realtà”.

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C’è ancora posto per un pizzico di romanticismo quando si fa design nella città del Salone del Mobile? Non si rischia di perdere poesia fra il Bar Basso e la fiera di Rho? Crediamo di si. La magia c’è ancora e noi ci ostiniamo a coltivarla, come tanti altri. Il Salone di Milano è un momento cruciale di esplorazione ed esposizione. L’aspetto strettamente commerciale non crediamo soffochi quello poetico: l’uno è, in qualche modo, necessario all’altro. E il Bar Basso è lì, insieme a molti altri, a rappresentare una parte di questo eterno equilibrio, altrettanto necessario.

Fare design e fare comunicazione quali e quanti punti in comune hanno? Gli oggetti sono portatori sani di storie, a volte anche solo per un naturale processo di sedimentazione. Raccontano e devono essere raccontati, per cui il rapporto tra design e comunicazione intesa come narrazione è naturale e simbiotico, l’uno nutre l’altro e viceversa.

Ergonomia emotiva: perché? L’ergonomia è una disciplina che studia i parametri più importanti per il corretto rapporto uomo, macchina e ambiente ai fini di migliorarne usabilità, praticità e confort. Un oggetto, un ambiente devono certamente rispondere a specifici requisiti funzionali ma è altrettanto importante non scordare quelle qualità impalpabili che ne determinano la “personalità”; il contenuto poetico, immateriale che suggerisce e guida il posto che occuperà nelle vite e nelle storie delle persone che li sceglieranno. E’ su questo aspetto magico degli oggetti su cui ci soffermiamo, sulla relazione che potranno instaurare con chi sceglierà di possederne uno.

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Come cambia l’approccio se si lavora sul progetto di una casa, di una boutique o di un oggetto? Potremmo cominciare con il dirti che cosa non cambia: al centro c’è sempre l’uomo, la sua identità, le sue scelte, i suoi bisogni. Poi ci sono le relazioni che costruiamo con gli oggetti e i luoghi. E’ il progetto delle relazioni che cambia in funzione dell’uso che l’uomo fa di uno spazio o di un oggetto. E’ il progetto delle relazioni e dell’esperienza che vogliamo costruire dentro quello spazio a determinare il luogo, la sua funzione e la sua identità.

Gli oggetti e gli spazi assomigliano a chi li abita? Forse dipende da quanto ognuno di noi è capace di entrare in contatto con gli spazi e con gli oggetti, ma spesso accade che i luoghi dove ci sentiamo più a nostro agio sono quelli che in qualche modo ci somigliano.

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Civette incantate, funghi colorati: il mondo di quarchatelier è una fiaba di luce. Come sono nate queste lampade? Abbiamo scelto di disegnare una collezione di piccoli “oggetti privati”. Disegnare lampade ci consente di superare i limiti dell’oggetto fino tracciare i contorni di uno spazio, lavoriamo sulla trasformazione che l’ombra e la luce sanno operare su un luogo trasportandolo in un’altra dimensione, quella dell’intimità, del sogno.
 Hop Low nasce prima di tutto grazie ad Atanor (www.terrediatanor.it) e ai suoi creatori che ci hanno chiesto di disegnare un oggetto capace di narrare la storia che custodiva perché ogni oggetto, ogni luogo custodisce una storia e la sua forza è proprio nella capacità di saperla raccontare. E’ un folletto, rubato in parte allo stupore infantile di alcuni lavori del duo di artisti Fischli e Weiss in parte alla fantasia disneiana. E’ un piccolo oggetto “disobbediente”: il funghetto (disneyano) che rincorre le note di Tchaikovsky, costantemente fuori passo rispetto agli altri e che, pur non riuscendo mai ad entrare nella coralità, non se ne cura: va fuori passo come se fosse l’unico al passo! E’ un folletto danzante realizzato in vetro soffiato a mano dove il gesto dell’artigiano ha saputo interpretare la precisione del disegno geometrico e trasformarlo in unicità. “c’est chouette!” è il primo oggetto di questa collezione che ha scelto una via indipendente rispetto alle logiche industriali. Si tratta di un nido purissimo che contiene un dono, un messaggero: una piccola civetta bianca, custode dei sogni, signora della luna. Per entrambi i progetti la scelta di uno specifico materiale e le tecniche di realizzazione (totalmente artigianali) sono state un elemento fondamentale del processo di sviluppo creativo. “c’est chouette!” proprio per il mondo lunare a cui appartiene è stata pensata in porcellana, una materia dalla tattilità seducente e con una capacità espressiva molto particolare.

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Gioie e dolori di essere soci e di avere creato un co-working. Gioie e dolori di essere soci ? Forse non è sempre semplice ma è la nostra forza. La condivisione e l’interazione di due sensibilità, due visioni, due mondi è importantissima. Ci permette di compensare forze e debolezze. Lavorare in un co-working è come abitare in una cassa di risonanza, è un’amplificazione dei nostri territori, è la condivisione con punti di vista diversi, anche lontani dal nostro. Ci piace molto!

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